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Chiantishire, Focus sui gladiatori

“Panem et Circenses!”

Molte figure dell’antica Roma ci sono in un certo modo familiari, grazie alla loro presenza performante nell’immaginario contemporaneo. Chiunque di noi conosce di certo i principali: Romolo, la lupa capitolina, i sette re di Roma, Giulio Cesare, le corse dei carri, catacombe, impero romano, aquile, “legionari, formazione tartaruga!”. Ma soprattutto loro: i gladiatori!
Ma siamo sicuri che siano davvero antichi romani D.O.P.?

I gladiatori sullo schermo

I gladiatori sono diventati negli ultimi tempi famosi grazie a due film: Spartaco, con Kirk Douglas (1960), e il Gladiatore, con Russel Crowe (2000). Il gladiatore è un personaggio da sempre visto come epico, grazie agli armamentari e al suo ruolo legato ai combattimenti nell’arena.
Entrambi i film mettono in scena due modi diversi di diventare e di essere gladiatori, ma soprattutto inscenano due epicità diverse nel cinema. Recentemente di Spartaco si è trattato anche nella serie tv Spartacus (2010-2013), anche abbastanza bene per una serie partita coi primi episodi che cercavano di rincorrere l’impatto del 300 di Miller.
I combattimenti gladiatorii erano un’esibizione amatissima dai cittadini romani (“Panem et Circenses”). Duelli, combattimenti, coreografie: i gladiatori – e in alcuni casi, anche gladiatrici- si esibivano davanti a un pubblico che affollava le piazze per assistere.


Spartacus: i gladiatori “classici”

Se avete mai visto Spartacus, come il Gladiatore, il protagonista finisce nell’arena per cause di forza maggiore. Non è nell’arena per sua scelta, è costretto a combattere destreggiandosi tra situazioni letali e spesso scontri con ‘fratelli’.

Ma i gladiatori non venivano uccisi per capricci e facilmente rimpiazzati: erano più come gli atleti di wrestling di oggi. Ricevevano un ferreo addestramento, indossavano un costume, i loro nomi erano noti al pubblico, e il lanista, l’imprenditore che li dirigeva e possedeva, non poteva permettersi di cambiare un atleta a settimana.

Gli scontri erano duri, sanguinari – Galeno, il medico, studiò sui gladiatori come curare le ferite da combattimento sui muscoli-, a volte anche letali. Le vittime dell’arena erano condannati a morte per i crimini più efferati, non i gladiatori professionisti se non durante duelli molto cruenti: un lavoro molto rischioso, che portava il pubblico a conoscere i loro nomi.

Il livello quasi istituzionale dei giochi gladiatori è superiore di molto rispetto a qualsiasi competizione atletica dell’antichità. Se i celti si riunivano almeno una volta l’anno in onore di una festa in cui gareggiavano e officiavano matrimoni, se i greci avevano le olimpiadi, i gladiatori non erano solo teatranti in costume armati.

Il concetto di “gladiatore” è particolare, più profondo, fin proprio gli etruschi, e con un forte legame con la morte. I ludi gladiatori derivano dai giochi funebri degli etruschi, in parte, e istituzionalizzati, professionalizzati, resi uno spettacolo democratico gratuito dai romani: se c’era una cosa che sapevano fare bene infatti era spettacolarizzare il potere e la morte, costruendo enormi teatri di legno e pietra e poi facendo sfilare i prigionieri nemici.

L’antenato dei gladiatori: il Phersu e i giochi funebri etruschi.

I gladiatori erano figure professionali che rientrano nella stessa sfera di acrobati, circensi, danzatori e pugili: la loro fonte di guadagno era la fisicità, la forza e la destrezza. In grandi occasioni erano chiamati a combattere per i funerali più importanti, a esibirsi. Era una sorta di scontro rituale, più che cruento; gli etruschi in queste cose non erano sanguigni tanto quanto i romani, nonostante tutto. La “palestra” più sviluppata da questo punto di vista era proprio Capua, una città campana di origine e poi riconquista etrusca. Oggi l’anfiteatro che vediamo di pietra è posteriore ai tempi di Spartaco e degli etruschi, ma il cuore guerriero è lì.


Tra i gladiatori ci sono molte figure, come il reziario e il sannita. Di etrusco invece c’è il Phersu, una figura misteriosa che ha una ‘maschera’ come i gladiatori più tardi. Sembra infatti rimanere circoscritto alla società etrusca, all’interno dei giochi funebri da cui sono nati.

Chiantishire. dettaglio capitolo 2. Giochi funebri villanoviani.
Chiantishire, capitolo 2: rappresentazione di giochi funebri (tardo villanoviano)

Il Phersu è una figura che compare solo nelle tombe di Tarquinia, del VI secolo a.C., quando cioè i re di Roma arrivavano proprio da questa città.
Ha una veste strana, un berretto e una maschera barbata. Tiene al guinzaglio un grosso cane: il suo avversario, verso cui aizza l’animale, è bendato e armato solo di un bastone o una rete. Questa figura compare, per ora, solo in queste tombe e in scene diverse, tutte legate al contesto dei giochi funebri. Il Phersu è una figura strana, sia ‘gladiatoria’ che mascherata in un maniera quasi farsesca, come se fosse più attore che guerriero.

Gli Etruschi non hanno lasciato nulla a tal proposito, solo queste figure dipinte. Non sappiamo quindi quanto qusta figura fosse diffusa, quale fosse il suo ruolo e come si è evoluto.

Potrebbe avere dei collegamenti con il Persona latino, un sosia, un personaggio teatrale che aveva un ruolo specifico nelle messe in scena che oggi non sappiamo più riconoscere con sicurezza.

Al Phersu mi sono ispirata nel capitolo II di Chiantishire: per i giochi funebri Taru, lo schiavo di Valtha, interpreta l’uomo bendato che deve difendersi dai lupi.

Ho presentato la cosa come una sorta di pantomima, una recita dove Taru ha il ruolo di un’offerta sacrificale che se la cava perché riesce a uccidere i lupi, ruolo che interpreta per Valtha. Taru è uno schiavo, ha un ruolo quasi sacrificabile nella società che abita (ma sempre un bene difficile da rimpiazzare per i padroni). L’uccisione dei lupi, che vengono praticamente sacrificati a loro volta in quest’arena funebre, sono poi tra le cause dell’ira del Selvans, il dio delle foreste.